Chi muore sul lavoro se l'è cercata
(fonte: il Blog di Beppe Grillo)
"Qualunque lavoro tu faccia, tornare a casa da chi ti ama è un diritto. E la cultura della sicurezza è la migliore prevenzione dagli infortuni. Segui le regole che tutelano il bene più importante per te e i tuoi cari: la tua vita". Questo è il messaggio che compare sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. E qual è la migliore regola per salvare la pelle? Pretendere maggiori condizioni di sicurezza. E chi la deve dare? Il datore di lavoro. E chi la deve garantire? Lo Stato. E chi muore? Il lavoratore che, come direbbe Andreotti, se l'è cercata.
"La Campagna per la sicurezza sul lavoro del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali dice: “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”. Un messaggio e due spot rivolti solo al lavoratore, ma non a tutti gli “attori” coinvolti.
Dopo aver frantumato il Dlgs 81/2008 del Governo Prodi, hanno ben pensato di correggerlo con il decreto Dlgs 106/09 (sanzioni dimezzate ai datori di lavoro, dirigenti, preposti, arresto in alcuni casi sostituito con l'ammenda, salvamanager, ecc). Ora il governo cerca di rifarsi la “verginità” con spot che costano ben 9 milioni di euro. Spot inutili, anzi dannosi, per l’immagine di chi ogni giorno rischia la vita, non perché gli piaccia esercitarsi in sport estremi, che colpevolizzano il lavoratore stesso.
E’ una campagna vergognosa, quasi che se non c’è sicurezza la colpa è imputabile al fatto che il lavoratore non vuole bene a sé stesso ed ai suoi familiari.Non dice nulla di chi deve garantire la sicurezza per legge, sottovaluta i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, non accenna minimamente al fatto che i lavoratori sono sempre più ricattabili e non hanno possibilità di scegliere."
Marco BAZZONI
Analogie con la campagna di sensibilizzazione australiana
(Michele D'Apote)
Intanto, in Australia, una campagna sul lavoro sicuro mostra foto scioccanti di giovani lavoratori sfigurati da incidenti devastanti, le didascalie sembrano addossare interamente la responsabilità dell'accaduto al lavoratore: "temevo di sembrare stupida se avessi chiesto ancora" (vedi sopra)
In un'altro caso, un ragazzo forse venticinquenne, mostra il moncherino del suo braccio riflettendo: " ero nuovo e avevo paura a chiedere". E più sotto: "Parlare non fa male". (vedi foto)
Seguono altre immagini tutte
raccapriccianti, tutte incentrate su giovani lavoratori gravemente menomati.
Questa campagna focalizza, evidentemente, l'accaduto sulla mancata richiesta di spiegazioni a personale più esperto, richiesta che avrebbe potuto evitare l'infortunio. Non viene presa in considerazione nessuna altra carenza prevenzionistica, sembrano totalmente assenti altri attori della sicurezza deputati ad erogare formazione, informazione, addestramento, a chi entra per la prima volta in fabbrica.
Probabilmente l'analisi dello scrivente è superficiale e la campagna Australiana di sensibilizzazione dei giovani lavoratori è incentrata sul rischio residuo dovuto alla timidezza, alla paura di porre domande che potrebbero sembrare banali, quando è stato già fatto tutto il possibile per garantire un ambiente di lavoro sicuro.
Tuttavia la crudezza delle immagini e le didascalie rappresentano un mondo lontano anni luce dal nostro: in Italia tali ritratti richiamerbbero immediatamente gravi carenze addebitabili al datore di lavoro, lasciando pensare solo come ipotesi residuale ad una manchevolezza del lavoratore.
E' quindi la nostra cultura della sicurezza più avanzata rispetto al resto del mondo, o il nostro ordinamento giuridico ha esagerato addossando - nel settore prevenzionistico - una responsabilità "quasi oggettiva" al datore di lavoro ?
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